La collana di caracolli

Un racconto di Grassaebella.

lunedì, 12 luglio 2004

Mi svegliavo sempre con l'odore del caffè. Sentivo l'aroma scivolarmi nelle nari e poi filtrare dentro le palpebre che finalmente si aprivano guardando il mondo. Mi svegliavo sempre così, tra effluvi dolcissimi e dolori di pancia per la scuola troppo vicina. Chiudevo gli occhi e speravo fosse di nuovo notte, fonda, e che le coperte e il sonno mi riavvolgessero nel nulla. In realtà, ma solo oggi lo so, era del giorno che non finisce, della vita, che avevo timore. Mentre, di fatto, fuori era ancora buio, papà metteva su il caffè e accendeva la radio su frequenze altissime, solo fruscii e voci slave. Lontane correnti arrivavano così dalla cucina e picchiavano il mio timpano facendomi sentire come su un monte, tra vento e neve, rivestita da tanto freddo, tutto il gelo che c'era fuori dalle coperte. Persa tra sonno e veglia ritornavo indietro nel tempo, vagheggiando il ricordo del primo viaggio in treno, lontano, tra le Alpi, in mezzo alla neve. Cadeva placida, ricopriva la terra e il capo di un omino che vagava tra i binari, nero in mezzo a tutto quel bianco. Ma poi, tra il candore del mio cervello e la paura della scuola, giungeva come un meriggio quieto l’odore del caffè. Si propagava con la prima luce, quasi fosse comparso in casa un fiume odoroso, un ruscello nero che scorreva e cantava, colmando con un invito dolce tutto l'universo. Già, perché l’odore del caffè, il sapore del caffè, sono una sollecitazione, a volte zuccherata a volte brusca, che riempie l’aria del mattino e lucida la notte.

Mentre la lavatrice riprendeva a rollare, mi arrivava il fruscio della pelle di mio padre, accarezzata prima da effervescenze all’eucalipto e graffiata poi dal rasoio, si mischiava ai bollori della caffettiera, tamburi di una terra lontana. Così, assieme al bruno fiume odoroso, fluivano dentro le mie pupille una luce di violento diamante e zolle cariche d’acqua, aria immobile e alberi ricamati in foreste. Intanto che il liquido della pietra nera saliva nella cuccuma, tutto mi gorgogliava in testa, gli alberi, l’acqua del fiume, gli insetti esotici e il giorno. In quel modo, spinta dal cristallino verde di un mondo lontano, mi alzavo e prendevo il mio caffè.

Dopo il primo sorso, mi sentivo come la capretta pazza del mio bis-nonno. Il padre di mio nonno viveva nel sud e fin da giovane, ogni mattina, si accorgeva di esser ancor vivo svegliandosi con una tinozza di caffè nero. Quando le foglie del suo albero della vita cominciarono a cadere a frotte, noncurante, si mise per sempre seduto su una panca davanti a casa, silenzioso e immobile, e da lì continuò a governare uomini e bestie come se la morte non gli fosse appresso. A volte pareva assentarsi con lo sguardo, noi pensavamo che fosse andato, alla fine crepato, e qualcuno quasi sospirava di sollievo. Aspettavamo sempre un poco prima di toccarlo, i monelli di paese s’avvicinavano lenti al suo corpo secco, i gatti per moina e per fame gli si appallottolavano contro, mentre prendeva a colare sul viottolo il rivolo scuro del bucato sporco, strizzato all’aria dalle comari linguacciute, finalmente indifferenti ai suoi lamenti, “silenzio, un po’ di silenzio per favore! Galline!”. Ma allora arrivava nonna che, conoscendolo, non si fidava di lui nemmeno in quell’istante sacro, anzi, grata per la fine degli assalti d’amore rabbioso della gioventù, manco fosse stata una concubina, scolava nelle antiche labbra, velate da licheni di pelle stantia, una buona dose di caffè nero. Lui, risorto per la centesima volta, si riscuoteva. Prima ancora di riaprire gli occhi spaventava con un ruggito divertito i ragazzini, che correvano lontani, impauriti dell’ennesimo miracolo al sapor di caffeina, urlava alle donne di smettere di vociare e cacciava a pedate i gatti devoti. Apriva gli occhi, imprecando contro il dio giocherellone che non si decideva, sputava per terra ed era come se il suo fiato odoroso di caffè lambisse tutto: dalle fontane l’acqua riprendeva a sgorgare veloce, mentre alcuni figli si vestivano a festa, altri piangevano, le pecore tornavano dal pascolo e lui, tranquillo, dallo scranno di marmo bianco continuava a vigilare il turbolento vociar del giorno.

Spesso, accanto al suo seggio color mandorla, mettevano una cassetta piena di sabbia dove dentro, invece di un gattino, c’ero io. Era la mia piccola spiaggia privata, fornita di secchiello rosso e paletta, giocavo e tiravo la sabbia a chi passava e poi, inquieta, mi dondolavo, sperando di far rovesciare il finto bagnasciuga per terra e così liberarmi. Intanto nonno mi raccontava la storia della capretta impazzita per il caffè. Perché un tempo, preso dai suoi sogni di una gioventù che mai gli uscì dalle ossa, aveva comprato una pianta di arabica robusta, africana, e l’aveva interrata non lontano dal recinto delle capre, convinto che così, un giorno, avrebbe visto sorgere lunghi filari del “suo” seme verde. Una capretta, ignara dei sogni di nonno e così magra da passar sotto le travi del recinto, s’era però ingozzata di fiori bianchi e frutti rossi, distruggendo con morsi amarognoli i sogni di “fazenda” del mio avo. Poi, impazzita, aveva belato per tre giorni e tre notti consecutivi, tanto che dovettero abbatterla. Da allora, non piansi e gemetti mai per più di un minuto, le lacrime e i languori mi ritornavano indietro sulle guance come piccole lumache, e ancor oggi, ogni volta che sorseggio una tazzina di caffè nero, temo di mettermi a saltellar pazza come una capretta.

Ancora oggi si narra però, che il mio avo, quasi sfidato dalla bestiola e con ancora con il sugo della sua carne caldo nello stomaco, decise di costruire la sua piantagione di caffè. Prese a passare le serate sul un rivolo di scogli che incornicia da sempre la nostra isola. Lì, con un gruppo di marinai africani, si sollazzava in discorsi nostalgici, ricordando quando i traffici tra i due mondi erano aperti e un uomo onesto, pagando il giusto, poteva avere ciò che voleva dalle vicine terre d’Africa. Poi, a tavola, cianciava “poniamo il caso che questa sia la nostra casa”, e spostava la zuccheriera nel centro della tovaglia brulla di briciole, “e che qui – indicava un mignolo di polvere dolce – sia l’ultimo baluardo di terra prima che cominci la sabbia del mare e dei pescatori”. Infine, in silenzio, prendeva la tazzina di caffè e lo versava tra la zuccheriera e il mare. Un’ombra nera si spalmava sulla tavola, mentre nonna, urlando, piangeva sulla sua tovaglia da sposa rovinata. Nonno prese poi a uscir dopo cena, quando le cameriere stavano ancora spazzando via la polvere e l’odor di cuccia dalla cucina. Appena lui s’era allontanato, nonna, non avendo sentito nei capelli del marito profumo di brillantina, ancora regina in trono, lasciava cader contegno e mani lungo i fianchi e se ne andava a letto. Sola, si chiedeva cosa combinasse il marito in quelle notti di cielo scuro e lustrini, movendosi insonne nell’alcova e nella bianca luce satellitare. Alzava dal cuscino la testa, tirando su con il naso, per sentire l’odore dell’aria che le portava l’effluvio del suo uomo. Non era dentro a una casa, la sua pelle sapeva di freddo, poteva essere arrampicato su un monte lontano o nascosto come un gatto sugli alberi dei vicini, camminava in strade che nessuno vedeva, tra campi deserti, senz’acqua, alla ricerca di fiumi ormai leggendari. Cercava illusioni in laghetti che visitano la roccia, alberghi d’acqua ormai disabitati, cascate dondolanti e consolatrici che lo baciavano scroscianti sulla fronte. E anche lei, quasi, si sentiva baciata. Nonno odorava anche di terrazzini profumati e cosmopoliti, granite al gelsomino e bicchieri di marsala. Al rientro, proprio mentre toglieva gli abiti e s’infilava nel letto, aveva la pelle mandida di un sudore tostato, come chicchi di caffè fatti ribollire crudi, quasi sciolti dal calore dell’acqua. Annusando tutte quelle fragranze, sentore di sogni dalle radici nascoste, nonna, col marito accanto, si sentiva sola e con la voglia matta di singhiozzare. Poi, dopo tante notti piene di quell’odore che ormai amava come un corpo, accadde una cosa strana.

Tutto il paese si riempì di piccoli steli, peduncoli con in testa un seme, girini color pisello. Anche la terra brulla ne era piena, i campi e i sentieri tra i boschetti. Era poi arrivata da chissà dove tanta acqua, si era messa a cadere come i coriandoli a carnevale sulla terra arida. All’inizio tutti erano un po’ spaventati da quel seme verde e delicato che spuntava ovunque. Ma nessuno osava toccarlo. Soprattutto di fronte a nonno. Chissà come la gente capiva che quelle pianticelle avevano a che fare con lui.

Dopo un breve periodo di sonni coniugali, nonno riprese a sparir durante la notte e nonna ricominciò ad annusarne l’aria, era diventata vellutata, c’era odore di carbone, terra brulicante e fiato caldo di vulcano. Portava l’effluvio di suo marito steso a terra, un verme che alitava miasmi infuocati. Le gocce d’acqua scoppiettavano e gemevano diventando vapore, accarezzando le piante sempre più alte. Nonno arrivava a casa a giorno inoltrato, stanco e bollente, fiaccato da un amore senza amanti, si sdraiava vestito e cadeva in un sonno da bestia, fatto di grugniti e sommessi lamenti. Nonna, arresa di fronte a quel mistero, a quel marito simile a un mare senza orizzonte, passava la mano sul suo dorso ferino, calmandolo misteriosamente.

Nessuno seppe bene come e in che notte le piantine crebbero così tanto. Solo le farfalle, forse, se ne accorsero. Presero a ballare rapidamente, ipnotizzando i bambini, con un valzer frenetico rosso granata, nero, arancio e azzurro. Volavano su tutto, attorno alle lunghe piante che un tempo erano seme ora alte come case, piene di foglie verde scuro, affusolate e lucide, adorne di grappoli di fiori bianchi. Cuocevano nell’aria disabitata, colma di un forte profumo, sembrava gelsomino. Poi, i petali del caffè presero a librarsi. Miriadi di esseri lenti e bianchi, s’infilavano ovunque: nella cieca boscaglia, tra le piante dell’orto, affogavano negli acquitrini, nel buio delle caverne, con voli dondolanti interrompevano le traiettorie degli uccelli e degli uomini. Entrarono nelle case, tra le coltri dei letti, te li ritrovavi addosso, schiacciati nelle mutande, s’infilavano nelle narici e tu dovevi starnutire forte. Anche loro, un giorno, sparirono nel vento. Intanto, sugli alberi, i frutti da verdi diventarono aranci, color prato assolato, carnicini e scarlatti. Nonno li guardava, toccava, ne indagava con l’unghia la polpa, sfogliava pellicole d’oro e argento per arrivare al chicco.

Nella mia vecchia casa d’infanzia giunse infine un suono di maracas. Erano delle piccole falci chiuse dentro a un sacco in cantina. Pensai alle carte dei tarocchi, a mille scheletri che avevano perso la loro zappa delle anime. Una processione di donne scure cominciò a bussare alla porta di casa. Dapprima nonna le cacciava con la scopa, come si fa con la rogna e con i gatti lagnosi, ma nonno la fermava, crepando dal ridere come poche volte lo avevano visto fare, <tenga da conto il fiato – le diceva – perché non le volete se alla fine faccio sempre quello che voi dite?>. Allora anche sua moglie rideva, persa in un ristango di placidità. Rise fino alla visita successiva quando arrivò lei.

La vide e nemmeno sfiorò la ramazza, ma come un gallo macellato alla testa dal pennuto avversario chinò il capo e boccheggiò le ultime beccate. Lei veniva dal mare, diceva, aveva i piedi nudi e ruvidi di chi cammina tra sassi e gerani, gli occhi color verde riarso ed era giovane come i frutti del caffè che maceravano al sole. Nonno guardò quella femmina di terra buia come un contadino davanti al raccolto. Le prese le mani e le fissò. <Hai le dita piccole e lunghe, vanno bene. Le altre le avevano troppo grosse, le tue sembrano quelle di una bambina. Puoi cominciare domani>. Ma avrebbe voluto dirle altre parole che sarebbero stati cucchiai medicamentosi per l’anima: <Ti prego, toglimi lo scarabeo che mi ronza nelle orecchie, allontana dal mio stomaco questa vecchia fame, mi ha già infettato gli occhi, le giovani in paese se ne accorgono e ridono di me. Ma tu, tu che hai uno sguardo capace di addolcire il mare, levami l’uncino che non vedo ficcato nel petto, porta alle mie labbra l’acqua dei colori di frutti nuovi, sbottona i tre bottoni dei miei calzoni e sgonfiami questa creatura, passa con me pomeriggi di malva e dimmi che ogni notte ci aspetterà un roseto>. Il mattino dopo le diede un cestino, una lunga sacca piena d’acqua e un fascia per coprirsi il capo. Le parlò di nuovo, come a un bambino. <Le ciliegie di caffè – spiegò – non maturano tutte allo stesso tempo, ma l’albero ha ciliegie rosse che sono mature e vanno bene. Quelle verdi, gialle, colore arancio non sono ancora pronte, bisogna aver le dita delicate come le tue e tanta pazienza per scegliere quelle giuste. Non si deve prendere il caffè verde, o non maturato, questo non fa un buon caffè, non è buono, e non è bene neppure per la pianta, perché se si toglie tutto allo stesso tempo, là dove sarebbero i fiori del prossimo anno, non ci saranno. Quindi serve molta pazienza, delicatezza, e gli uomini non hanno questa pazienza>. Dopo tre giorni di lavoro dall’alba alla notte lei aveva raccolto tre sacchi di frutti di caffè. Ne aveva presi per sé alcuni grossi, con dentro un solo chiccoe ne aveva fatto una collana. Intanto lui, con il cuore liberato dal frantoio, la mente piena di sogni e stagioni, prese i sacchi che ogni giorno la donna nera gli portava, li vuotò su un telo azzurro sforacchiato in una conca di scogli diventata braciere. La carne morbida dei frutti esalò l’ultimo respiro al sole e un olezzo di foglie cotte si mischiò al salmastro profumo dell’onda. <Sbucciali>, le disse. E lei si mise a scorticare le gemme secche offrendogli il suo corpo, la testa avvolta nel telo bianco e la lunga tunica, veli sopra il chiarore bruno della pelle, il sudore colava, rivolo immoto, gli occhi si stringevano, sottili conchiglie nella sabbia scura, e già lui immaginava di toccarle il sesso di giglio e sentire rumore di seni scossi. Tolse lo sguardo da quel corpo agreste e disse: <Quando hai finito, cuocili>. Le diede un’enorme pentola e un fuoco che non finiva mai.

 

Non la vedeva ma sapeva che c’era. Perché lei entrava, serenamente, lenta come una brezza crepuscolare e con un gesto materno ravvivava il fuoco che non si spegneva. I rumori della casa diventavano diversi, le voci si abbassavano e lei, domatrice di chicchi brulicanti, aspettava il mattino mentre la casa, il paese, si riempivano dell’odore bruciato. Nonna non la scorgeva ma sentiva che c’era e non capiva quel mondo che si stava perdendo, quell’odore che faceva smarrire contorni e colori. Regina senza trono, fissava nella notte il circolo giallastro della luna, quel mero diffuso biancore che un tempo l’aveva vista amata.

Quando ormai il fuoco aveva cotto ciglia e capelli della donna nera, trasformandoli in polvere d’oro, lui disse: <Fanne una sabbia, la più fine che abbia mai visto>. Così la mise in cantina, a carponi sulla pietra umida, una stuoia, un grosso sasso e l’effluvio di dolcezza incenerita della ghiaia di caffè ad accoglierla. Per una volta, lontana dagli spazi aperti, la pelle della donna profumò di paura. Lui lo sentì. <Non temere lo sguardo degli altri – le disse – non ti noterà nessuno. Chiuditi qui dentro e fammi tutta la polvere che puoi. Faremo una festa. Devo convincerli tutti>.

Chiamò altre donne e le mise al lavoro. Presto la cucina si riempì di canestri colmi di mandorle sgusciate, tinozze cariche di latte, caglio, petali di gelsomino, bacche e spezie. La frutta ribolliva mentre le serve tritavano, impastavano, infornavano. Là sotto, al buio, più vicina alla terra che al cielo, la donna nera, cullata da una nenia, sfregava pietra e stuoia. Intanto nonno riempì la casa di dolcezze, per lei. Lanciò in aria palloni colorati, rossi e verdi, gialli come grandi arance, esplosero silenziosi sprigionando migliaia di inviti volanti che ricordarono l’invasione dei petali del caffè. Tutti si prepararono. Per le strade si sentiva l’aprire e il chiudere degli armadi, il trambusto folle nel negozio di stoffe, l’odore acido del limocello fresco, imbottigliato per l’occasione, e nelle case era un cuci cuci di spalline, bottoni, filacce di broccati e passamaneria, nappine per sciabole o ventagli. L’unica persona triste era mia nonna. Così lui le fece confezionare cappello e vestito nuovo, ma lei li buttò giù dalla finestra, seguiti da quattro sputi e un pitale pieno. <Non potete vestirmi di fiori come una bertuccia – urlava la moglie impazzita – e nemmeno farmi mettere questo coso che sembra un pappagallo morto perché tutti pensino che sia felice!>. Allora nonno chiudeva gli occhi e sentiva, vicino come un respiro, il lento raschiare nella cantina.

Il giorno arrivò, già dal mattino il salone con capitelli dorici, di cartapesta ma nessuno lo sapeva, tendaggi di velluto e colonne coronate da palme d’alabastro era pieno di gente. Gli arazzi, colmi di battaglie navali inconcepibili, erano stati spolverati e appesi alle pareti, la musica di organetti e tamburini accolse tutti, poveri e ricchi, ma soprattutto poveri. Tuttavia la sorpresa più grande, dopo il caffè, fu un’altra. Nonno aveva comprato da un vascello norvegese dalla rotta ubriaca come il suo capitano un blocco di ghiaccio del Polo Nord, duro a morire anche in quella terra calda, l’aveva messo in una fredda cella di sale e carne nella bottega del macellaio, lì aveva portato abili scultori, con le mani ancora candide di marmo perlato, per trasformarlo in tavolo con tanto di leoni ruggenti per gambe. Ora la tavola ghiacciata gocciolava proprio sul tappeto migliore della casa, attorniata da servitori con ventagli di piume, sopra troneggiavano cassata, frutta di marzapane dipinta dalle suore del convento (fecero ciliegie così vere che persino gli uccelli tentarono di beccarle), pan di Spagna traboccante mandorle e marmellata, dolci di fico, taralli glassati, crema di ricotta in fragranti cannoli, tartufi bianchi, emulsioni di caffè arricchite da gelati color pistacchio, fette di gianduia, baci freddi, amaretti affogati nei bicchieri, sorbetti al limoncello, mandorle e mandarino, pinguini di nocciola panna e carrube, tartufi neri, tiramisù, smeraldi di cocco, coni turchi, bruni arcensi, dolci di pistacchio, fiocchi di arancini e neve, cornetti intarsiati di pinoli e sospiri al cioccolato. Poco distante un enorme tonno di Favignana era stato squartato, cotto e decorato con limoni, arance e ibischi. Tutti si abbuffarono, senza nemmeno ascoltarsi. Poi, nonno diede agli ospiti una tazzina blu, con dipinti sopra timoni gialli e fiori bianchi e disse: <Venite a bere, a bere il caffè come lo bevono gli arabi>. Fuori, tra spine di agavi e fichi d’India, bolliva in un alto paiolo una miscela di acqua e polvere nera, la polvere che la donna bruna aveva macinato per ore ed ore e che ora giaceva a terra in un sacco adorno di piante di cappero. Un ragazzo vestito alla turca miscelava acqua e caffè dentro la tinozza. Mentre lei, la scura, protetta da un gazebo di bungavillee rosso accesso, versava da un bricco di bronzo la bevanda nera nelle tazze, per addolcirla stillava dagli otri, con un bastoncino, gocce mielose di zagare e timo. Spesso il miele le cadeva sui polsi o sugli avambracci e lei, ignara delle buone maniere, lo leccava avidamente con la sua lingua color chicco di melograno. <L’ha conciata da gran puttana>, commentò la nonna vedendo il volto olivastro e gli occhi dolci incorniciati da una mantellina di seta, verde e oro, una gonna amaranto con grembiule arricciato, pieno di ricami, i piedi agitati, non per la folla, ma perché dentro le scarpe. Si muovevano e scalciavano, come brulicassero di api. Dalla gola scendeva la collana di semi di caracollo. Mentre la gente beveva, lui parlò: <Se volete questo sarà per voi sempre, ogni giorno potrete indossare abiti festivi e farvi gocciolare in gola la dolcezza di un sorbetto. Vedete tutti quegli alberi che sembrano piramidi di foglie? Quelle bacche grasse e rosse? Prendete i cestini e le borracce che ho preparato per voi, sono qua, qui dietro, già pronti, fasciatevi la testa per proteggervi dal sole, e andate dove la pianta è cresciuta, l’avete vista, è nei campi di ginestra, tra gli oleandri, vicina ai ruscelli che sono rinati, non fatevi commuovere dall’odore degli eucalipti o spaventare dalle spine della palma nana, ma raccogliete, raccogliete, e portate tutto a me. In cambio avrete mille di questi giorni>.

Allora successe una cosa strana, in quel periodo già pieno di meraviglie bislacche, una cosa che non era mai avvenuta: nessuno lo ascoltò. Nessuno vide il mucchio di cestini e sacche d’acqua nell’angolo del giardino, tutti continuarono a bere e parlare come se nonno non esistesse. Il caffè del turco arrivava allo stomaco e ogni cosa si metteva in movimento: parole e fantasie uscirono dalle bocche, baruffe di un’immensa armata spiegata per combattere. Molti presero a ricordare nitidamente vecchie storie, annosi rancori e nuovissimi amori, tuttavia nessuno litigò o pianse, perché arrivò galoppando una gioia euforica. I desideri divennero reali, mille proiettili invisibili che colpirono mio nonno. Gli ospiti, il villaggio intero, andarono via, corsero verso i monti dove cominciarono le danze. Qualcuno, nel galoppo, spintonò il mio avo, che cadde a terra. Gli organetti erano scomparsi e rullavano solo tamburi. La festa durò per giorni e giorni. La casa, il paese, erano deserti, disabitati anche dai gatti, nonno prima rabbioso ora sconfitto, stava steso a terra impantanato in un impiastro ormai secco di ghiaccio sciolto, canditi, cioccolato e ricotta sfatta. Li sentiva, staccavano senza riguardo le ciliegie dai rami e, ancora crude, le mettevano dentro pozze di acqua limpida che ormai si scavavano anche con mignoli, l’acqua che aveva portato lui, che prima non c’era. L’acqua che diventava nera, caffè antico, della terra, magico. Nei campi, in ogni spiazzo in mezzo alla vegetazione di palma e spine, venivano imbanditi bivacchi di notti infuocate che facevano arrossire le ginestre. Nel cielo si vedevano volare come uccelli gonne e calzoni, giacche e mantelline, divise con gli alamari slacciati, carponi e zoccoli, volavano come uccelli, portati dal un vento riscaldato dall’odore bruciato del caffè. La gente indossava corone di foglie di olivo, aureole d’argento, e prese a nutrirsi di bacche e animali selvatici che, come l’acqua, erano tornati ad abitare la natura. Nudi, gli uomini e le donne si coprivano solo con brandelli di pelle di animale morto mangiato. Nella casa padronale, all’orecchio quasi morto di nonno, arrivavano suoni di flauti costruiti con le ossa dei morti e il tonfo ripetuto e cavernoso di un enorme tamburo. Giungeva anche il crepitio dei fuochi, condito dal belare delle pecore liberate, e i discorsi, i racconti, i versi che il caffè aveva liberato dall’animo. Anche in piena notte qualcuno si alzava in piedi, sciogliendosi da un abbraccio, per evocare frasi lette da libri che nemmeno conosceva, che non sapeva di aver letto, si raccontavano storie dimenticate, piene di avventure lontane. Nonna, dal terrazzino di casa, come una mucca sulla collina che ruminando indaga la valle, mezza svestita, con i seni ancor floridi quasi scoperti, incorniciati dalla collana di semi caracolli rubata alla donna nera, spettinata e pazza, rideva fissando quell’enorme orgia. Disse al suo vecchio: <E tu che volevi convincerli con tre dolcetti e due begli occhi>. Poi, col passare dei giorni e l’infuriare della festa, prese ad aver pietà del marito, lo cullava con antiche nenie, per allontanare i gemiti portati dalla notte, <Dormi – gli diceva – chiudi le serrature di cuore e occhi. Specchio mio, addormentati dagli affanni e attendi solo l’ennesimo bacio delle mie labbra>. Ma fu lei a dormire. Lui invece si destò dal torpore della sconfitta e andò a visitare il giardino che aveva creato.

L’aria era piena dell’odore di quel corpo buio. Così la trovò in fretta. La terra non era mai stata tanto calda, eppure, pozze d’acqua germogliavano simili a macchie d’olio nella minestra, la donna scura era accanto ad una di queste. La vide e gli occhi gli si riempirono di muffa. Suo figlio, mio nonno, era accanto a lei, l’aveva aperta con un dito e ora la stava percotendo come un ferro da incudine. La donna nera però, cantava. Nonno urlò, sforacchiato da un dolore profondo che trapanò la luna. Andò vicino alla torre moresca, dove c’era il bivacco dal fuoco più grande. Prese un fascio di rami e ne fece una torcia. Poi incendiò tutto, ogni albero di caffè che trovava, i frutti diventarono cenere nera. Sorpresa dalla tempesta di fuoco, scottata da schizzi di scintille, la gente correva, tornava a ripararsi nelle case, strappandosi dalla testa di nuovo sonnolenta le corone di foglie. Ripresero quieti a dormire nella notte silenziosa che le parole non traforarono più. La donna nera, prima di sparire, morse l’amante e urlando dipinse con la bocca insanguinata d’amore il cielo. Piano piano, la fiamma annerì il mondo, poi tutto si spense come lo sfrigolo leggero di una candela che cade nell’acqua.

Mio nonno scappò da quella terra senza riempirsi le orecchie delle grida del padre ferito e dei pianti di sua madre, sentiva la vita in quel posto ormai fatta di buio e solo qui, in una terra fredda e lontana, avrebbe ritrovato baci che odoravano di grano secco.

Questa è una delle storie che bevo, ogni mattina, dalla tazzina del mio caffè. E’ riflessa nel cerchio nero scintillante, nello specchio scuro rivedo la mia bis-nonna agitarsi nel letto, al chiarore della luna, o il mio bis-nonno toccare le dita della donna nera, che mai dimenticò. Accade sempre, anche quando siamo noi due soli al bar e sorseggio, oltre al liquido, i tuoi occhi neri. Mentre rivedo le piantine crescere e la regina sporca macinare, tu mi parli di teorie e sogni usando grandi parole. Mi racconti di chi, prima di noi, si perse in notti fatte di locali e fumo, osterie nascoste nelle cantine calde di questa terra gelida, a sorseggiare il liquido scuro che fece impazzire, e gioire, il mio paese d’infanzia. Rivedo mari, chiome di alberi e grida, acquitrini e caverne. Mentre tu racconti le tue avventure, io, nell’intimo caffè della sera, stanca di azzuffarmi con la vita di ogni giorno ma piena delle storie che ritornano, come in quei giorni magici, ti saluto con l’ultimo sorso di caffè “nero come il diavolo, caldo come l'inferno, puro come un angelo, dolce come l'amore

Postato da: Cate alle 19:31 | link | commenti (5) |

 

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